Secondo gli ultimi dati, il tasso di disoccupazione nel nostro paese è sceso, ma ci sono altre chiavi di lettura che meritano di essere approfondite.

Il mondo del lavoro in Italia è uno dei tasti dolenti del nostro Paese. I dati su questa voce sono da sempre, contrastanti. L’ultimo intervento statale a riguardo, il Jobs Act, ha creato una situazione di difficile lettura.

Il lavoro in Italia

Secondo gli ultimi dati Istat, la disoccupazione nel mese di giugno è scesa all’11.2%, con un calo di 0.2% rispetto al mese di maggio. Anche quella giovanile, ha subito una discesa, passando dal 36.5% al 34.5%.  Quello che, invece, è in pericoloso aumento, è il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni. Le persone che non hanno lavoro e non lo cercano sono salite di 12.000 unità con una percentuale del 35.9% La crescita su base mensile è frutto di un aumento tra gli uomini (+0,8%) e di una diminuzione tra le donne.

Ciò che deve far riflettere, però, è il cambio di mentalità degli italiani. Per anni, il posto fisso, è stato l’Eden da raggiungere, la maggior aspirazione lavorativa di chiunque si immettesse nel mondo del lavoro.
Ebbene, secondo l’ultima indagine, ad oggi, il 74% dei lavoratori si è rassegnato all’idea di lavorare per tutta la vita in uno stesso luogo.

La provvisorietà del posto di lavoro è avvertita maggiormente dalle donne (77% contro il 70% degli uomini).

L’illusione del posto fisso

La provvisorietà del posto di lavoro non è solo una sensazione, ma una certezza, certificata dai dati. Secondo quanto rilevato dall’osservatorio sul precariato dell’Inps, nei primi cinque mesi dell’anno le assunzioni nel settore privato sono state 2.736.000, con un aumento del 16% rispetto allo stesso periodo (gennaio-maggio) del 2016. Fra queste, però, solo una su quattro è con contratto a tempo indeterminato, in calo del 5,5% rispetto all’anno scorso mentre le assunzioni a termine crescono del 23%. Ad oggi, gli occupati a tempo determinato sono 2.069.000.

LEGGI ANCHE  Marketing, come raccontare il brand

Questo genera un paradosso: la disoccupazione tende a diminuire nel breve periodo, ma ad aumentare nel lungo.
Il tutto a causa della mancanza di una riforma che incentivi le aziende ad assumere.

Cala il costo del lavoro

Un altro aspetto da tenere in considerazione è quello del costo del lavoro. Stando agli ultimi dati Eurostat, l’Italia è l’unico Paese UE, dove vi è stata una flessione: -0.8% contro il +1.4% rispetto al resto ‘Europa.

Costo del lavoro, vuol dire sia “costi non salariali” sia “stipendio”. E qui la tesi di un’Italia in crescita scricchiola non poco. Ad oggi, i nostri sono tra i salari più bassi d’Europa. A livello di stipendi l’Italia è sotto la media UE, seppur di poco: 27.8 euro l’ora contro 29.8.  Soprattutto, vi è una diseguaglianza abissale in termini di retribuzione tra dirigenti e operai.  I primi hanno uno stipendio superiore del 434% rispetto ai secondi. Di fatto, la classe media è scomparsa, accorpandosi a quella bassa,  e tutto a vantaggio di quella dirigenziale.

Un altro segno di arretratezza è la diseguaglianza nella retribuzione tra uomo e donna. A parità di ruolo e mansioni, le prime guadagnano tra il 9% e il 13% meno dei secondi.

Insomma: il settore lavorativo in Italia continua ad essere un vero e proprio rebus di difficile soluzione, fino a quando rimarranno vive alcuni concetti che poco hanno a che fare con quello di modernità.